Da
"LA NOSTRA DOMENICA" 5 maggio 2002
LA STRADA RACCONTA
"Un sabato pomeriggio sulle strade della Bassa con i volontari
della Melarancia"
Crocifissi d'asfalto
Anita fruga nella borsa. Tira fuori una sigaretta. La accende
con uno scatto secco dell'accendino. Aspira nervosamente il fumo,
si guarda intorno spaurita. Si stringe addosso la giacca di pelle.
Scuote con un brivido le spalle strette, curvate all'ingiù. Tira
indietro con una mano i capelli biondi scomposti dal vento. Abbassa
lo sguardo e si appoggia al muro, la sigaretta le si consuma tra
le dita. Il corpo è abbandonato solo in apparenza. Tesa e vigile,
Anita coglie ogni spostamento. Fruga nell'ombra con la coda dell'occhio.
E aspetta. È pronta a rispondere al cenno di un cliente che si
sporge dall'auto o a saltare via come una cavalletta al suono
di una sirena. Lungo le strade della Bassa è un pomeriggio come
tanti altri. Lungo le strade della Bassa, sotto il sole di primavera,
in piena luce, si consuma nell'indifferenza il "mercato del sesso".
Un piccolo inferno quotidiano, un giro da centinaia di migliaia
di euro. Lo abbiamo attraversato con i volontari della Melarancia,
che da circa un anno vanno ad incontrare le donne prostituite
un pomeriggio e due sere alla settimana per offrire loro una parola
gentile, una tazza di tè, informazioni sanitarie, la possibilità
di accedere a visite e controlli medici gratuiti e perfino di
ottenere un riscatto dalla loro situazione, se ne dimostrano l'intenzione.
In "missione" tre persone qualunque a bordo di una vecchia macchina
blu, che sussurra e borbotta ad ogni curva.
Ogni ragazza
ha il suo posto
Ogni ragazza ha il suo posto, lo compra a caro prezzo e lo difende
come può. Stare da sole è pericoloso, si organizzano a gruppi
di due o tre a distanza di pochi metri. E poi si controllano a
vicenda: la più anziana in servizio paga a suon di botte se non
tornano tutte a casa. Di giorno lungo i marciapiedi ci sono soprattutto
nigeriane. Sono loro a subire la schiavitù peggiore. Arrivano
con la promessa di un lavoro, si ritrovano nelle mani di crudeli
"maman", sfruttatori in gonnella, che le gettano sulla strada
ricattandole con riti vodoo e minacce alle famiglie. Devono pagare
un riscatto, il prezzo del loro viaggio, della loro libertà: 50mila
euro. Ce ne vuole di tempo per metterli insieme: per ogni "prestazione"
chiedono da 15 a 30 euro. E servono soldi per mangiare, per l'affitto,
per i vestiti.
Poco più
di una bambina "È una vita dura" sbotta Jenny, il viso corrucciato,
in un italiano stentato. Se ne sta rannicchiata in un angolo lungo
una stradina sterrata, all'ombra di un grosso albero. È poco più
di una bambina, non dimostra più di 16 anni. Indossa un paio di
jeans sdruciti una maglietta bianca, una giacca corta. Poco trucco,
occhi grandi e tristi, capelli lunghi annodati in sottili treccine,
la pelle color cioccolato. "Ho paura - sussurra -. Ho dovuto cambiare
posto perché sono arrivati i vigili. E se mi prendono che cosa
faccio? Non posso tornare indietro. Fa freddo". Jenny, come le
sue compagne, trascorre in strada 12-14 ore al giorno. Quando
è stanca si stende per terra per riposare, si prepara da mangiare
su fornelli improvvisati, mentre le corrono intorno grossi topi
di campagna. Accanto a lei c'è Luna, jeans e maglietta nera, il
viso preoccupato nascosto da un cappello a tese larghe, una bottiglia
d'aranciata in mano. Non parla, tiene gli occhi bassi. Dobbiamo
sembrare bianche Sulla strada statale c'è Lydia. È in Italia da
meno di un anno, dice di averne 21. Ha il viso coperto da uno
spesso strato di fondotinta chiaro, una parrucca color miele,
che le dà un aspetto finto. "Ci dicono che è meglio se sembriamo
più bianche" spiega. Sta seduta su una sedia di plastica, mentre
parla cerca di tirare giù la pallida sottoveste che la copre appena,
si vede che si vergogna. "Devo pagare ancora metà del mio debito
- confida - ma non ne posso più. Sto tanto male... Mi ha aiutato
un italiano, mi ha dato dei soldi, è stato molto gentile. Adesso
però chissà quanto ci vorrà per mettere insieme il resto...".
Lavorare di notte
fa paura
Lilli e Carla sono proprio di fronte a Lydia. Carla la tiene d'occhio,
è lei la più "anziana". "Ho 22 anni - afferma - e sono in Italia
da un anno e mezzo" ha una voce bassa e vellutata, lo sguardo
rassegnato. Sorseggia il tè senza parlare, mentre Lilli ride e
scherza con la sua vocetta acuta: "Grazie, grazie, che bello"
ripete di continuo. Sono tutt'e due in sottoveste, giarrettiere
e calze autoreggenti. Spostano il peso da una gamba all'altra,
stanche di reggersi sui tacchi. Attente e curiose, chiacchierano
senza staccare gli occhi sulla strada. "Lavoriamo sempre qui -
spiegano - solo di giorno. Di notte abbiamo paura". Ci sono troppi
vigili Tina se ne sta appoggiata a un muretto accanto al cancello
di una grande azienda. "È un buon posto - racconta - ci passa
tanta gente. Prima lavoravo a Bagnatica, ma adesso non si può
più, ci sono troppi vigili. L'altra sera si sono portati via una
mia amica, Lorena. Non torna più, l'anno portata a Roma, forse
torna in Nigeria. Mi dispiace tanto per lei, doveva pagare ancora
solo cinque milioni, era quasi alla fine, e adesso?". Pochi giorni
fa un'altra ragazza, Susanna, è finita sotto una macchina. L'ha
buttata sotto le ruote la sua maman, perché rifiutava di consegnarle
i soldi. "Continuano a dirci che è morta, ma io so che non è vero.
È in ospedale e sta meglio".
Tra gli alberi
nel parco del Serio
Sulla riva del fiume, a ridosso del parco del Serio, nella zona
di Ghisalba le ragazze sembrano spuntare dal nulla, nascoste nel
folto della vegetazione. Passa un cliente, ne carica una su uno
scooter giallo limone e se la porta via, dietro una casa abbandonata.
Un'altra chiacchiera a lungo con un uomo in macchina, contratta
un po', sale e se ne va. Poco lontano un uomo anziano attende
su un camper. Dietro un'avvallamento del terreno c'è una donna
alle prese con il suo protettore: litigano a voce alta, nella
loro lingua. Più in là ci sono altre tre ragazze: Rossana, Jenny
e Gioia. Gioia sa solo poche parole in italiano: "È nuova - spiega
Jenny, con aria protettiva - è appena arrivata dalla Nigeria".
Non dimostra più di sedici anni. Rossana è seduta su un sasso,
si stende un velo di crema sul viso, poi lo ripulisce con un batuffolo
di cotone, controllando il risultato in un piccolo specchio rotondo.
Sorride e ripone tutto nella sua piccola borsa. Si ferma a chiacchierare
anche un'italiana, Lola. Ha sicuramente più di trent'anni e un'aria
molto più disinvolta. È vestita in modo sobrio. Sta sulla strada
come le altre, ma ha una macchina sua.
Le ragazze dell'Est
È un po' meno difficile la condizione delle albanesi, delle russe
e delle rumene: si prostituiscono solo di notte, rifiutano i clienti
meno appetibili. Hanno tariffe più alte, da 30 a 60 euro. Qualcuna
prende appuntamenti in albergo e chiede dai 250 ai 750 euro. I
"protettori" le controllano da vicino, ma di giorno possono uscire,
vivono in case confortevoli. "Ma ci picchiano come le altre, e
questo lavoro è uno schifo" commenta Lara, occhi verdi e lunghi
capelli biondi, un fisico sottile da modella, seduta accanto a
un incrocio.
Fuori dal giro
Alessandra ha grandi occhi azzurri e lunghi capelli castani. Viene
dalla Moldavia, e da anni non usa più il suo vero nome. Lo ha
lasciato in fondo a un cassetto, con le ombre di un passato doloroso,
che le ha marchiato l'anima. Quando è arrivata in Italia aveva
un solo vestito e tante speranze. Era innamorata, il suo fidanzato
le aveva promesso il matrimonio, una casa, un lavoro. Ingannata
e delusa si è trovata sulla strada, a vendere il suo corpo a sconosciuti.
Picchiata, umiliata, derisa, calpestata. Privata della sua giovinezza,
della sua dignità, della sua libertà. Schiava di chi aveva giurato
di amarla. Poi ha avuto il coraggio di dire basta. Oggi ha un
marito e un bambino di un anno che sorride tranquillo, seduto
sulle sue ginocchia. Ha cancellato ogni traccia che poteva legarla
al mondo della strada, ha bruciato i suoi vecchi vestiti. Non
vuole più ripercorrere gli stessi sentieri neppure col pensiero,
le causa troppa sofferenza. Finalmente può guardare il futuro
a testa alta. È una scelta difficile la sua, ma non impossibile.
A Bergamo ci sono decine di ragazze che come lei hanno scelto
di ribellarsi e sono riuscite a riemergere dal giro dello sfruttamento
sessuale. Decine di storie a lieto fine, nonostante tutto. Caritas,
Melarancia e Lule con l'appoggio della Provincia e di numerose
Amministrazioni comunali bergamasche e in stretta collaborazione
con le forze dell'ordine hanno costruito una rete di supporto
che segue le vittime della tratta fino al completo reingresso
nella "normalità". Anche le amministrazioni provinciali lombarde
di Milano, Bergamo, Cremona, Lodi e Pavia, il Comune di Como e
altre 87 Amministrazioni comunali hanno compreso la necessità
di mettersi insieme per combattere la tratta, e hanno scelto in
quest'ottica di aggregarsi e coordinarsi per sostenere (sempre
con l'associazione Lule) un unico programma di protezione sociale
"Verso l'autonomia", per gestire percorsi di assistenza e integrazione
delle vittime. Quando una ragazza manifesta la seria intenzione
di abbandonare la vita di strada, viene indirizzata al più vicino
pronto intervento. Questa fase per l'area di Bergamo è gestita
da Lule, che offre un'accoglienza tutelata alle donne in fuga,
e mette accanto a loro professionisti specializzati nel settore
e in grado di gestire situazioni di emergenza. Alla persona accolta
è assicurato il tempo e lo spazio per riflettere sulla scelta
di fuggire dal circuito di sfruttamento e di dedicarsi al proprio
reinserimento sociale, in modo da valutare quanto profonde siano
le sue motivazioni, verificare lo stato di rischio e la necessità
di protezione, analizzare le condizioni di salute. Superata questa
prima fase, chi ha dimostrato fermezza nei propri propositi di
riscatto viene mandato nelle comunità d'accoglienza. Ce n'è una
anche a Bergamo, gestita dalle suore adoratrici. La comunità è
il luogo in cui le donne hanno la possibilità di prendere le distanze
dall'esperienza passata, di iniziare a pensare al proprio futuro,
di riacquistare fiducia in se stesse e costruire, affiancate dagli
operatori, un progetto di vita in funzione delle proprie capacità
e risorse. Ognuna di loro viene coinvolta nella gestione della
quotidianità: dalla pulizia della propria stanza e degli ambienti
comuni alla lista della spesa. Hanno orari precisi e regole da
rispettare, sono accompagnate dagli educatori in ogni momento
della giornata. Lo scopo è rendere più facile per loro la conquista
di una nuova autonomia. Dopo un periodo che varia da caso a caso,
le ragazze si sentono pronte per "prendere il volo", e a traghettarle
nel mondo senza lasciarle subito sole è una struttura di "seconda
accoglienza" gestita dalla Caritas diocesana. È una convivenza
protetta più flessibile della comunità: offre la possibilità di
uscire, regolarizzare i documenti, trovare lavoro, creare una
nuova rete di amicizie. Ci sono sempre alcune educatrici a fare
da guida, ma la loro presenza è più discreta: "Le aiutiamo - spiega
un'operatrice - a gestire i soldi e il tempo. Non ci sono abituate,
e all'inizio è difficile. Il problema più grande per loro è trovare
una casa e un lavoro. Quasi tutte riallacciano i rapporti con
le famiglie d'origine, spesso all'oscuro di quanto è successo,
e cercano di cancellare tutti i segni del loro passato".
Sabrina Penteriani