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Da "LA NOSTRA DOMENICA"
n. 8 - 2 marzo 2003
Una notte sulla Villa d'Almè-Dalmine tra le "schiave della notte"
con i volontari dell'unità di strada dell'associazione Melarancia
Le catene invisibili della
terra di nessuno
Patty, Jessica, Sharon: nella
terra di nessuno i nomi sono inventati, le identità confuse. Per
proteggere quel che resta dell'anima finché il corpo è in vendita.
È' buio da un pezzo sulla Villa d'Almè-Dalmine, ma il traffico
è intenso. È un martedì sera. Una notte chiara e gelida, senza
nebbia. Sono quasi le undici. Le auto si inseguono a ritmo cadenzato.
Dietro i finestrini ci sono amici che tornano dalla pizzeria,
ragazzi usciti dal cinema o da un allenamento con la squadra di
calcio. Coppie reduci da una serata a casa dei suoceri. E nottambuli
in cerca di una discoteca che organizza un corso di ballo latino-americano.
Donne
in vendita
Ma ci sono anche quelli che procedono volutamente a singhiozzo.
Cercano donne in vendita e per loro la strada è come una grande
vetrina. Nella luce fredda dei fari scelgono, soppesano, e negli
angoli più oscuri accostano, abbassano il finestrino e contrattano
il prezzo: un mazzetto di euro in cambio di mezz'ora di piacere.
Giovani, adulti, anziani. Qui sono solo "clienti", e li portano
il desiderio, la curiosità, l'istinto, un amaro senso di vuoto,
la paura di un rifiuto, la smania di un'emozione rubata. Le altre
auto passano ma è come se non li vedessero, fanno finta di niente.
Sulla macchina dell'associazione Melarancia, una vecchia utilitaria,
ci sono thermos pieni di tè caldo, brioches, volantini che spiegano
come evitare le malattie sessuali. Siamo in tre e gli altri sono
volontari veri, che sulla strada regalano a chi le vuole informazioni
sanitarie ma anche contatti umani, sorrisi, chiacchiere, piccole
speranze fatte di nulla.
Dimensioni
parallele
Viaggiamo in un mondo parallelo tutto spigoli, curve a gomito,
strade sterrate a fondo chiuso. Luci oblique allungano i volti
e stirano sorrisi annacquati. Auto noncuranti fanno la ronda senza
averne l'aria: qualcuno controlla il "traffico" confuso tra le
ombre, in bilico sulla soglia del nulla. Fantasmi pronti ad essere
dannatamente reali se gli va, fantasmi che lasciano segni brucianti
sulla pelle. Una svolta a destra, una strada sterrata, secondaria.
Le luci della provinciale riescono appena a illuminarne l'ingresso.
Cinque ragazze in piedi si stringono nei giubbotti, chiacchierano
tra loro. Sono nigeriane. Jeans con i lustrini, una maglietta
rossa aderente e una giacca di pelle, Baky saltella sul bordo
della stradina che porta in mezzo ai campi. Ha uno zigomo gonfio,
un lungo graffio ancora rosso di sangue tra la guancia e il collo.
L'hanno punita perché non è stata abbastanza "obbediente". Ma
di questo non vuole parlare. "Come stai?" "Bene" risponde, e si
scosta, diffidente. Si sporge per attirare l'attenzione delle
macchine che passano, e lancia insulti agli automobilisti che
non si fermano. Scrolla le spalle: "Non ho voglia di stare qui,
fa freddo". Finge sicurezza ma è spaventata, tiene lo sguardo
fisso sulla strada, pronta a scappare se arriva la polizia. La
pelle nera, i capelli annodati in treccine sottili, negli occhi
i colori dell'Africa, negli occhi il sole triste del suo paese,
dove non vuole tornare. Accanto a lei ci sono le sue amiche. Una
di loro, la più "anziana", la più fidata, controlla le altre a
nome della "maman". Stanno vicine, ritirate appena oltre il bordo
di ghiaia della strada, con un occhio ammiccano ai possibili clienti
e con l'altro esplorano le vie di fuga. Il tam tam della terra
di nessuno le ha avvertite: è una sera di retate. E con la legge
Bossi-Fini non si scherza: "Molte di noi sono clandestine - spiegano
- e se ci prendono veniamo espulse dall'Italia e sono guai". Essere
rimpatriate per le nigeriane è un dramma: la loro schiavitù è
legata a un debito che hanno contratto con chi le ha portate in
Italia e ha dato loro questo "lavoro" e un posto dove stare. La
"maman" le tiene d'occhio, le fa rigare dritto, riscuote i soldi,
tiene i conti. Se non pagano mettono a rischio la propria vita
e quella delle loro famiglie rimaste in patria. A volte vengono
ricattate con crudeli riti vodoo. L'arresto e l'espulsione rischiano
di azzerare tutto quello che hanno fatto per riscattare la libertà.
L'unico miraggio che permette loro di mandare giù umiliazioni
e violenze. "Hanno preso Lory la settimana scorsa - sussurrano
- le mancavano solo duemila euro alla fine". Le retate frequenti
sono una spina nel cuore per le nigeriane: tolgono la possibilità
di "lavorare" e allungano i tempi della permanenza in strada.
Fa freddo. I visi delle ragazze appaiono e scompaiono nella luce
oscillante dei fari. Gli alberi se ne stanno lì, sulla linea dell'orizzonte,
nudi e spettrali contro il cielo. È il fondale di un inferno muto.
Un bicchiere di tè e una brioche bastano appena a scaldare una
serata tesa. Parlare è difficile.
Un cappio
invisibile
Sandra ha i piedi nudi infilati in un paio di ciabattine dorate.
È qui da poco, non sa l'italiano, soltanto qualche parola d'inglese,
che arrotonda con un accento morbido, strascicato. È triste. Con
gli occhi dice di più di quel che vorrebbe. Questa vita non le
piace, ma non sa come uscirne. La paura, come le altre, più delle
altre, le lega le mani e le labbra con un invisibile cappio d'acciaio.
Sofia non perde di vista le compagne. È lei il capo, la più anziana,
tocca a lei sorvegliare che fili tutto liscio, che le ragazze
portino i soldi a casa. Guarda i volontari con gentilezza mista
a un po' di sospetto. Bada che nessuno ci parli senza che lei
sia a portata d'orecchio. Pat ha una parrucca bionda e il volto
truccato per sembrare più "bianca". Sorride a tutti ma si vede
che non capisce quasi nulla: la nostra lingua per lei è ancora
soltanto un groviglio spesso di suoni, dal quale riesce a decifrare
soltanto - a gesti più che altro - i desideri dei clienti. Lilian
piccola, minuta, vive con Sofia. È l'unica che non abbassa gli
occhi quando la guardi in faccia. Ha un volto schietto, un atteggiamento
pratico. "Quando posso venire dal medico? Mi accompagni?" chiede
con interesse. Annota il numero dell'associazione nella rubrica
del telefonino, scorre con attenzione i volantini, chiede spiegazioni.
È un modo per distrarsi.
In fuga
dalla retata
L'ansia è così spessa che si vede e si tocca. Le confidenze si
spezzano sulle luci intermittenti di un'auto dei carabinieri.
I bicchierini di carta del tè volano leggeri nell'aria, i piedi
mordono veloci la terra. In un attimo non sono rimaste che lunghe
scie di polvere ai margini del campo, e respiri veloci nascosti
dal velo di un bosco. I carabinieri passano, non vedono, non si
fermano. Il viaggio prosegue. È notte inoltrata e il traffico
è un po' più rado, ma nella terra di nessuno la domanda supera
l'offerta: sono gli effetti dei controlli delle forze dell'ordine.
Le macchine si fermano in coda e il primo che arriva si allontana
con il suo carico umano in cerca di un luogo dove appartarsi.
Rossana è sola nel parcheggio di una fabbrica, ai margini della
strada. Ha solo 19 anni, occhi molto truccati, capelli neri, folti
e lucenti. Dice di essere ungherese. È in Italia da tre mesi ma
parla bene l'italiano. "L'ho studiato in Ungheria" spiega tranquilla.
Intorno a noi girano avide le auto, come api intorno al miele.
In una vettura gialla un cliente aspetta qualche minuto poi, spazientito,
inverte la marcia, riprende altrove il suo giro. Una "Punto" bianca
un po' malandata passa e ripassa, osserva: dev'essere l'uomo che
la controlla, il suo "protettore". Ce ne andiamo.
C'è chi sceglie
e chi no
Monica ha un profumo intenso e invadente e lunghi capelli neri
e lisci, ben pettinati. Porta soltanto un paio di calze pesanti
color carne e un paio di vistosi slip a calzoncino. "Non hai freddo?"
"No, sto bene". A Monica piacciono le cose belle. Prima di venire
in Italia ha vissuto in Francia e in Inghilterra con la sorella:
"Studiavo business e facevo la modella - racconta - ma anche qui
non sto male, lavoro dalle 10 di sera alle 3 di notte. Al mattino
dormo fino a tardi, poi vado in giro, incontro le mie amiche.
Non sono stanca, non mi lamento". Chiacchiera allegra, con leggerezza.
Accanto a lei, nella stessa postazione, c'è Gioia. Non ha più
di 18 anni, un'espressione dolente e smarrita, tiene gli occhi
fissi a terra. Sogna soltanto di andarsene da lì: "Tra un mese
smetto" sussurra, per non farsi sentire.
Uscire
dal giro
Alba è bella, elegante, sicura: sembra una studentessa in attesa
di un fidanzato in ritardo. Avvolta in una giacca di montone chiaro,
il viso ovale da bambina truccato in modo discreto, i capelli
castani lunghi fino alle spalle. Si è ribellata ai suoi sfruttatori
albanesi, li ha denunciati. Ha iniziato un percorso di recupero,
poi però è tornata sulla strada. Questa volta senza un vero protettore
ma con un fidanzato albanese che ne fa le veci: "Lui però non
mi picchia, mi lascia fare quello che voglio". Dice che ha già
trovato un lavoro vero e che tra poco smetterà di prostituirsi:
"Non vado con tutti adesso, ho dei clienti fissi. Mi servono i
soldi, devo mandarli alla mia famiglia, a casa. Loro non sanno
che cosa mi è successo. Pensano che io abbia sempre avuto un lavoro
onesto". Ma ha già percorso lo stesso cammino, e alla fine è caduta
di nuovo: questa per lei è una via facile, che le sembra ormai
di dominare. Ha imparato le regole, pensa di essersi lasciata
alle spalle la parte peggiore. Chissà se questa volta ce la farà
a starne fuori, a voltare pagina, a dimenticare. Le si accosta
un'auto. Lei con gesti ampi ed eloquenti la allontana: "Non ne
posso più di quel bastardo - grida - mi gira sempre intorno, non
l'ha capito che con quelli come lui non ci vado". Cammina lenta,
con il cellulare in mano, ci fa un cenno di saluto. Siamo vicini
a Dalmine, a pochi metri c'è un lavaggio macchine. È una stazione
di sosta per il popolo della notte. Cristina ha trovato un rifugio
tra le fabbriche, fuori da un cancello, in una via stretta e immersa
nel silenzio, nella zona industriale di Osio Sotto. "Sono passati
i carabinieri - racconta - hanno portato via due ragazze albanesi,
erano clandestine. Mi sono nascosta, ma non mi avrebbero preso
comunque, perché ho i documenti in regola". Cristina ha sposato
un italiano: "Ma frequentava giri strani. Ci siamo lasciati, e
io non avevo amici, non sapevo cosa fare. Mi sono ritrovata sulla
strada. Ma non ho un protettore, lavoro da sola". Chissà se è
vero. La notte si allunga e si sfilaccia nei colori dell'alba,
e finisce in un bar, davanti a una tazza di caffè. Fuori il mondo
si sveglia, e passa senza guardare nella terra di nessuno.
Sabrina Penteriani
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